Salute e Benessere

La cannabis può fare bene ai neuroni? Cosa dice la Scienza

Il cervello umano è una struttura straordinariamente complessa, capace di una notevole plasticità e adattamento. Anche se i neuroni possono andare persi nel corso della vita, ad esempio a causa dell’invecchiamento o di traumi, altre cellule possono parzialmente compensarne la funzione grazie alla cosiddetta riserva neuronale. Questa capacità di adattamento, tuttavia, non è illimitata: quando la perdita neuronale diventa troppo estesa, il cervello non riesce più a compensare, con conseguenze significative sulla memoria, sul movimento e sulle funzioni cognitive. È proprio in questo contesto che si collocano le malattie neurodegenerative, come Alzheimer e Parkinson, o eventi acuti come l’ictus, che rappresentano oggi uno dei principali oggetti di studio della ricerca neuroscientifica.

Lo Spoke 6 dell’Università di Genova, coordinato da Tullio Florio, si concentra proprio su questi disturbi, con l’obiettivo di comprendere i meccanismi cellulari e molecolari che portano al danno neuronale. L’attenzione dei ricercatori si rivolge anche all’individuazione di biomarcatori precoci, cioè indicatori che possano segnalare in anticipo l’insorgenza della malattia, e alla scoperta di nuovi bersagli terapeutici, potenzialmente utili a sviluppare trattamenti più efficaci.

Negli ultimi anni, alcune possibili soluzioni terapeutiche sono emerse da campi inaspettati, come lo studio dei cannabinoidi, composti presenti nella Cannabis sativa. Tra questi, due molecole sono particolarmente rilevanti: il tetraidrocannabinolo (THC) e il cannabidiolo (CBD). Il THC è noto per i suoi effetti psicoattivi, inducendo euforia e alterazioni percettive, ma studi recenti hanno evidenziato che può anche interferire con il funzionamento dei mitocondri e delle sinapsi, aggravando il danno neuronale. Il CBD, invece, non altera la mente e possiede proprietà antinfiammatorie, neuroprotettive e anticonvulsivanti; è già impiegato con successo in patologie come la sclerosi multipla e l’epilessia farmacoresistente, soprattutto nei bambini. Inoltre, il CBD, commercializzato anche sotto forma di cannabis light su siti come Maria CBD Oil, può modulare gli effetti negativi del THC, riducendone l’impatto psicoattivo.

La Cannabis sativa è botanicamente complessa. Le infiorescenze femminili contengono tricomi ghiandolari, che producono una resina ricca di cannabinoidi, terpeni e flavonoidi, creando un vero e proprio laboratorio chimico naturale. I fitocannabinoidi della pianta interagiscono con il sistema endocannabinoide (ECS) umano, che regola funzioni fondamentali come sonno, dolore, umore e risposta immunitaria. L’“Effetto Entourage” dimostra che i principi attivi della pianta agiscono meglio se combinati tra loro, piuttosto che isolati, suggerendo che estratti completi possano avere un’azione più efficace rispetto ai singoli composti.

Nonostante le potenzialità terapeutiche, l’uso di CBD e prodotti derivati va gestito con cautela. In Italia, dal luglio 2024, il CBD è considerato una sostanza controllata e può essere venduto solo come farmaco su prescrizione medica. Tuttavia, esiste un mercato parallelo di estratti non regolamentati, con composizioni variabili, che rende difficile valutare efficacia e sicurezza. Un ulteriore ostacolo alla terapia è rappresentato dalla barriera emato-encefalica, che limita l’accesso dei farmaci al cervello. Per superarla, la chimica Anna Rita Bilia, dell’Università di Firenze, sta sviluppando nano-vescicole lipidiche in grado di trasportare il CBD e altre molecole direttamente nel sistema nervoso, migliorando l’efficacia dei trattamenti neurologici.

In sintesi, la ricerca sui cannabinoidi offre nuove prospettive per affrontare le malattie neurodegenerative, ma richiede attenzione e studi approfonditi. Solo attraverso un uso scientificamente guidato e regolamentato sarà possibile sfruttare appieno le proprietà terapeutiche del CBD, minimizzando rischi e effetti collaterali. La combinazione tra neuroscienze avanzate e biotecnologie innovative potrebbe aprire la strada a strategie terapeutiche più efficaci e mirate, capaci di proteggere e preservare la funzione cerebrale anche in condizioni patologiche gravi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *